martedì, aprile 01, 2003

L'intervista

a David Means

di Martina Testa

Episodi incendiari assortiti

Jonathan Franzen gli ha dedicato il suo Le correzioni; scrittori come Aimee Bender e Donald Antrim lo ammirano incondizionatamente, «Esquire» e il «Los Angeles Times» hanno nominato la sua raccolta di racconti “libro dell’anno”; ma David Means, l’autore di Episodi incendiari assortiti, non bazzica i salotti letterari newyorkesi: vive con la sua famiglia in una cittadina sulle rive dell’Hudson e ha scritto un libro malinconico, sensuale, potente e raffinato che invece di compiacere i lettori sceglie, coraggiosamente e senza concessioni al sentimentalismo, di ferirli al cuore. In questa intervista ci spiega perché.

I tuoi primi due libri sono raccolte di racconti, e al momento ne stai scrivendo una terza. Perché preferisci scrivere racconti che romanzi? Il tuo editore e il tuo agente ti hanno mai fatto presente che un romanzo avrebbe venduto di più? In Italia, l’opinione corrente è che i lettori amino i romanzi, e che i racconti siano pressoché invendibili. minimum fax è, in effetti, uno dei rari editori nel cui catalogo c’è una massiccia presenza di raccolte di racconti... Insomma, cosa significa essere uno “scrittore di racconti”, sia dal punto di vista letterario che dal punto di vista dell’industria editoriale?

Credo che la forma-racconto sia la più moderna tra le forme letterarie. Charles Bukowski, mi pare fosse lui, ha detto qualcosa come: Non sono stato io a scegliere la scrittura, è stata la scrittura a scegliere me. Per me è lo stesso con i racconti. Dentro un racconto si può creare un tipo di magia che è impossibile creare dentro un romanzo. È una forma vicina alla parabola, o alla favola tradizionale. Io credo che Gesù andasse in giro a raccontare le parabole perché erano uno strumento di comunicazione imbattibile: compatto e diretto. I racconti vanno dritti al nocciolo della questione. Sì, nel mondo dell'editoria c'è una forte pressione in favore dei romanzi - e credo che ci proverò anche io a scriverne uno, un giorno o l'altro - ma un racconto bellissimo si imprime per sempre nella mente del lettore, mentre un brutto romanzo - o anche un buon romanzo, a dire il vero - spesso evapora senza lasciare traccia.
Per quanto mi riguarda, io sono sinceramente convinto che una bella raccolta di racconti possa vendere altrettanto bene: tanto per cominciare, è come un bel cd, come un bel disco, Sergeant Pepper dei Beatles, per dire: una serie di canzoni che si richiamano e si completano l'un l'altra e danno come risultato finale un'insieme coerente. E poi, un racconto si può leggere dall'inizio alla fine in una volta sola.
Insomma, con la grandissima tradizione che ha la favola in Italia, con scrittori come Calvino e le sue Città invisibili, un libro di racconti che si legge come un romanzo, spero che la mia opera abbia un successo travolgente lì da voi e che inauguri un vero rinascimento della narrativa breve! Perché no? Tutto è possibile!

I tuoi racconti hanno una forte componente lirica: la realtà e i ricordi e i pensieri dei personaggi si intrecciano di continuo. A volte sembrano più vicini alla poesia che alla prosa, anche se non diventano mai astratti o eterei: al contrario, sono pieni di sangue e terra, della realtà più ruvida. Scrivi lunghissime frasi dal ritmo avvolgente sulla costruzione delle fondamenta di una casa, o su un pestaggio di teppisti, o su una coppia che scopa sudando. Da dove nasce questo tuo stile unico? È il tuo modo di “redimere” il realismo dalla banalità e dalla piattezza?

Secondo me tutta la grande letteratura, come tutta la grande arte, salva la realtà dalla banalità. L'altro giorno stavo giusto pensando a David Lynche al suo film Velluto blu, a quanto sia in apparenza banale ed elementare il materiale su cui si basa il film; eppure Lynch dona a quel materiale - i pomeriggi silenziosi in periferia - un significato profondo. In sostanza - e questo è anche il mio caso - porta alla luce la questione profonda dell'opposizione fra bene e male. Magari lui non lo ammette, ma nella sua opera questo aspetto c'è. Lynch esplora il mistero che scorre sotto la superficie della vita, il mistero della luce e dell'oscurità. E di fatto è proprio questa l'unica cosa che può fare un buon racconto: sviluppare una possibile risposta alla domanda: che cosa significa essere uomini e donne e vivere in questo mondo problematico?
Le frasi lunghe e l'elemento poetico nascono da un lavoro faticosissimo: cerco di limare, di essere preciso, di non lasciarmi prendere la mano. E comunque, credo che il lirismo sia una caratteristica della nostra stessa vita, in cui realtà e ricordi si intrecciano contemporaneamente. D'altro canto, invece, alcuni dei miei racconti più recenti - quelli che inserirò nel mio prossimo libro - sono scritti in uno stile diverso, con frasi più brevi e stringenti.

La critica americana ha associato il tuo nome a quello di Raymond Carver. Ti senti vicino a lui, come scrittore? Il tuo stile a me sembra molto diverso dal suo, meno scarno, più musicale, e mi chiedo se i giornalisti non vi abbiano accostati solo in virtù del fatto che scrivete racconti tristi su gente comune, o qualcosa del genere. Carver ha influenzato la tua scrittura? Quali altri scrittori ti hanno ispirato in passato e ti ispirano oggi?

Questa è una domanda terribilmente difficile, in parte perché le influenze sulla mia scrittura sono tantissime e cambiano continuamente, tirandomi ora da una parte ora dall'altra; comunque sia: per certi versi sì, mi sento vicino a Carver, perché scriveva sotto la spinta di qualcosa, lo chiamerei un profondo desiderio di comprendere ciò che sta sotto la superficie, che condivido perfettamente. Carver oggi a me appare un po' datato, ma vale sempre la pena di leggerlo. Un suo contributo fondamentale è stato quello di ridare importanza alla figura dello scrittore di short stories: Carver lavorava moltissimo sulla sua tecnica e ritoccava costantemente i racconti.
Per quanto riguarda le altre influenze, potrei elencare diversi autori che mi hanno ispirato mentre scrivevo Episodi incendiari, dal Joyce dei Dublinesi (una fonte di ispirazione fondamentale) a Dostoevskij, a Kafka, a
Cechov, nonché Jack Kerouac, uno scrittore che adoro, e poi ancora Denis Johnson e Irvine Welsh e qualche scrittore più tradizionale, come William Trevor e Alice Munro... e poi... potrei andare avanti all'infinito.
E anche la musica ha un'enorme influenza sulla mia scrittura; anzi, direi che il mio stile si è formato più che altro sulla musica: tantissimo Bach suonato da Glenn Gould, e Brahms, accanto a gruppi come i Nirvana, i Pavement, i Sonic Youth (fondamentale influenza sulla mia forma mentis, con quegli accordi di chitarra trascinanti...); e soprattutto Bruce Springsteen, che sembra avere le mie stesse origini; poi ci metterei Bob Dylan, che è uno scrittore di racconti in forma di canzone (perché c'è un'immensa affinità fra le due cose, i racconti e le canzoni), e per finire i Radiohead e i Blur.

Tutti i racconti della raccolta hanno a che fare con la morte o con una perdita, un’assenza. Questo faceva parte del tuo progetto originario per il libro? Oppure è vero quello che dici in uno dei racconti, che speravi di riuscire a raccontare storie più leggere, più ottimiste? Ci hai provato e non ci sei riuscito? Com’è andata? E ancora: non hai avuto in qualche modo paura di ritrovarti con un libro troppo cupo e deprimente? Ho l’impressione che la morte e la solitudine abbiano successo presso il pubblico americano (o forse qualunque tipo di pubblico) solo quando la confezione include anche metodi rassicuranti e garantiti di gestirle...

In quanto padre di due bambini, che all'epoca in cui ho scritto il libro erano appena nati, trovavo molto difficile scrivere un libro sull'America che evitasse il tema della morte, della perdita, della violenza e via dicendo, e di fatto c'era anche, in parte, l'esigenza di scrivere un libro che fosse, come ho detto prima, coerente e compatto. E poi un altro mio intento era quello di sfidare i limiti della forma-racconto. Che senso ha scrivere, se non c'è la spinta a tentare qualcosa di nuovo?
È stato bellissimo il fatto che tanta gente abbia risposto al libro in maniera positiva: non solo lettori giovani, ma gente di tutte le età; le donne anziane, in particolare, sono state quelle che hanno capito meglio che questi racconti non parlano solo di morte. Ho avuto modo di incontrare un gruppo di lettura formato da signore sessantenni, e ho visto che avevano davvero scavato a fondo nel mio libro! Credo che sia perché parlo di personaggi che a volte si trovano in situazioni tremende, orribili, eppure trovo (e questo deriva da certi miei conflitti interiori molto profondi, oserei dire religiosi) che questi racconti siano anche... oddio, faccio una gran fatica a dirlo... racconti morali. Anche Beckett ha scritto delle storie cupe e profonde, ma nella sua opera c'è un che di immensamente umano.
No, non ho mai avuto paura di ritrovarmi fra le mani un libro deprimente. In fondo, la verità non è quasi mai deprimente. Almeno non la verità che nasce dall'arte; e comunque, cosa ci fa stare meglio? Le opere stupide o superficiali, o quelle che analizzano a fondo il dolore e offrono una catarsi? Qualche anno fa qualcuno mi ha detto: Ma perché non scrivi qualche cosa di più leggero? E io ho risposto: No, io non so scrivere cose leggere. Ma scherzavo. A un certo livello, credo che in questi racconti ci sia anche dello humour. Quando li leggo in pubblico, la gente ride!

I protagonisti di due dei tuoi racconti sono barboni. Ovviamente, non è insolito che la narrativa americana di oggi si occupi di persone di ceto basso: ma tu hai scelto addirittura i barboni! Sono proprio gli individui che l’intera società occidentale tende a ignorare (gli immigranti ormai non possiamo ignorarli, ma i barboni sì, eccome!) Come mai invece a te interessano? Nei tuoi racconti sembrano incarnare una strana sorta di libertà assoluta - e la libertà dà sempre un certo potere... È un’interpretazione forzata?

Sono cresciuto nel Midwest, in una piccola cittadina del Michigan, e in giro c'erano un sacco di barboni, un sacco di vagabondi; e poi ho anche una persona molto cara, una parente stretta, che è quasi una barbona, è malata di mente. Sono andata a trovarla negli ospedali psichiatrici, in prigione, in condizioni orribili, perciò so bene che questi individui ai margini della società sono spesso, stranamente - come dici anche tu - i più liberi, e addirittura quelli che vedono le cose con più chiarezza.
Qualcuno ha detto - mi pare che sia stato lo scrittore irlandese Frank O'Connor - che i racconti parlano quasi sempre della realtà sommersa. Ecco, a me piace pensare che siamo tutti quanti a un passo dal finire sul marciapiede. Almeno noi scrittori.
E poi, ho scritto questi racconti durante gli anni Novanta, anni di eccessi, anni in cui i ricchi stavano soffocando il mondo e anche la media borghesia doveva impegnarsi nel consumismo più aggressivo. Essere poveri in America è qualcosa di particolarmente orribile: ho passato molto tempo in Spagna, e lì per un certo periodo i poveri erano quanto meno visibili e, nel paesino di pescatori dove passavo gran parte del mio tempo, quasi tutti erano poveri. Ovviamente adesso la situazione sta cambiando, l'Europa unita sta portando delle trasformazioni: e i poveri vengono nascosti alla vista...

Molti di questi racconti sono ambientati nello Stato di New York, lungo il fiume Hudson. È un luogo che ami particolarmente? (Dal modo in cui lo descrivi, si direbbe proprio di sì.) Il fatto di abitare nello Stato di New York ma non a New York City significa anche che cerchi di tenerti lontano dalla scena letteraria della metropoli? Come scrittore, ti senti parte di una “comunità”?

In pratica mi godo il meglio di ciascuna delle due realtà, dato che abito lungo l'Hudson a una quarantina di chilometri da Manhattan, che non è poi una gran distanza, ma la cittadina in cui vivo si trova sulla sponda opposta del fiume e al di fuori delle linee ferroviarie, quindi è un po' più isolata. È un vecchio centro fluviale, e per essere così vicina alla metropoli è davvero piccolina.
Non direi che evito il contatto con la scena letteraria, anche se non vedo che senso avrebbe entrare a far parte di qualcosa che potrebbe spingermi a fare compromessi nella mia scrittura. Sono vicino a New York quel tanto che basta per raggiungerla senza difficoltà se voglio vedere qualcuno, o andare alla presentazione di un libro. Fra i miei amici più stretti c'è qualche scrittore, ma la maggior parte del mio tempo la passo in compagnia di gente del posto che fa altre cose - lavori normali, insomma.
Fra gli scrittori il mio amico più caro è Jonathan Franzen, la sola persona che metto a parte di quello che scrivo prima della pubblicazione; è un buon amico, una persona carissima, e nel corso degli anni ci siamo sostenuti a vicenda in tutti i modi, anche se come scrittori siamo estremamente diversi - e anzi credo sia per questo che abbiamo un'amicizia così bella.

In America Episodi incendiari assortiti è stato pubblicato da Context Books, uno dei pochi editori indipendenti degli Stati Uniti. Uscire per una piccola casa editrice credi sia stato un vantaggio o un handicap?

Per me, per questo libro, è stato un grandissimo vantaggio, in parte perché il mio editore, Beau Friedlander, è un ottimo editor che a un certo punto è impazzito, ha lasciato il lavoro e ha messo su una casa editrice tutta sua, un rinnegato insomma, e si è fatto veramente in quattro per sostenere il mio libro. È riuscito a dargli visibilità, e così Episodi incendiari assortiti è stato uno dei finalisti per il National Book Critics Circle Award, il premio assegnato ogni anno da tutti i critici letterari degli Stati Uniti; e poi ha vinto il Los Angeles Times Book Prize, e lì sono veramente rimasto a bocca aperta, perché fra i finalisti c'era addirittura Philip Roth.

C’è una guerra in corso. Credi che gli scrittori, i musicisti e gli artisti in genere abbiano una responsabilità particolare di alzare la voce contro la guerra, se sono contrari? O pensi che quando si tratta di questioni politiche debbano semplicemente marciare e protestare a fianco dei loro concittadini, e che ogni loro dichiarazione pubblica sia in fondo una forma di auto-pubblicità?

Credo che il dovere di uno scrittore, o di un'artista, sia quello di descrivere la condizione umana, di scavare nella verità, e nel mistero, di quello che sono gli esseri umani. Ma questo è un compito senza fine, e può assumere mille forme diverse. Certo, sono convinto che se uno è contrario a questa guerra debba far sentire la propria voce. Esistono delle forze, qui in America, che vogliono reprimere la libertà di parola, sottomettere la gente onesta, toglierci i diritti che ci vengono garantiti dalla costituzione. Il Patriot Act, che è stato appena firmato, ci sta già portando via una parte di quella libertà. Ma in questo Paese la vera repressione è quella nascosta, strisciante e ingannevole. Tanto per cominciare, tutta la nostra cultura è ormai basata sul consumo: la forma principale di hobby o di divertimento per molti americani è andare al centro commerciale, fare spese e pensare alla prossima cosa da comprarsi. Non che io sia contrario a spendere soldi: mi piace la merce di qualità, come a chiunque altro, ma quando il consumismo diventa l'elemento fondamentale della cultura di popolo è un altro discorso.
Per quanto mi riguarda, ho partecipato a una fiaccolata per la pace qui a Nyack subito prima della guerra, con i miei due bambini - sono gemelli - e abbiamo marciato in assoluto silenzio e poi ci siamo fermati tutti in un punto, eravamo circa quattrocento. Dall'altra parte della strada un testa di cazzo ha cominciato a gridarci insulti e oscenità. Poi ha urlato: "E come la mettiamo con l'11 settembre? Quelli sono morti per voi, stronzi!" Mi ha fatto veramente imbestialire. L'11 settembre era morta anche parecchia gente di Nyack, compreso un padre di due figli che abitava proprio accanto a casa mia. Insomma, a dirla tutta, avevo una gran voglia di andare da quel tizio e dargliele di santa ragione. Avrei voluto mollargli un cazzotto in faccia. Pensavo: Quella gente non è morta per un bel niente, si sono alzati la mattina, sono andati al lavoro e sono stati uccisi in una situazione assurda. La rabbia che provavo era completamente all'opposto della pace ma era un'emozione reale e onesta. Ma sono stato tenuto a freno dalla folla in mezzo a cui mi trovavo, dal fatto che ero sotto gli occhi dei miei figli e dalla consapevolezza che la scelta più sensata, in quel momento, fosse evitare la violenza.
Comunque sia: sono profondamente contrario alla guerra, anche se devo dire che, adesso che è cominciata, e che c'è gente che muore da una parte e dall'altra, spero che almeno il mondo alla fine sia un posto migliore: la maggior parte degli americani sono di fatto persone dallo spirito positivo, che credono che ogni problema si possa risolvere. Questo è stato un enorme passo falso da parte del nostro Paese, ma sono convinto che molti americani vogliano che il mondo sia un posto migliore e abbiano sinceramente a cuore la sorte dell'Iraq. Quello che si dimenticano, però, è che la guerra significa sempre follia e morte.

( per gentile concessione

del sito www.minimumfax.com)















postato da: il tempo di leggere | 16:05 | commenti


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