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martedì, aprile 29, 2003
GAETAN SOUCY - "La bambina che amava troppo i fiammiferi" - MARCOS Y MARCOS - www.marcosymarcos.com
Soucy come sempre è molto abile nel mettere su storie dall'impianto narrativo molto poco tradizionale. In questo caso consente ai suoi protagonisti, due fratelli cui improvvisamente viene a mancare il tirannico padre, un linguaggio costantemente allucinato, un po' ingenuo, un po' torbido che fa sì che il romanzo cali stabilmente in un'atmosfera da thriller decadente che è un po' il "trionfo dell'imprevisto", del "non scontato", del "sorprendentemente fosco". I due germani si trovano a dover affrontare un mondo pieno di pericoli, da soli, nelle loro ambiguità morfologiche e nelle mille tentazioni che universi ancora inesplorati sono in grado loro di offrire. Eppure la figura paterna è da approfondire, cosa si nascondeva dietro il suo carattere burbero, quale terribile segreto? "La bambina che amava troppo i fiammiferi" è un romanzo "forte", dai colori accesi, che si lascia scoprire lentamente nella totale imprevedibilità della sua struttura e del suo vasto "contenitore di parole usate", pieno di immagini spesso "romanticamente" sopra le righe che si ricordano anche ad una prima lettura.
lunedì, aprile 28, 2003
JACK RITCHIE - "La vittima dell'anno" -MARCOS Y MARCOS - www.marcosymarcos.com

Immenso Ritchie ! Il solito grande maestro nel tratteggiare individui e situazioni con la sua un po' surreale vis ironica che ben si sposa con l'ambientazione prettamente noir dei suoi racconti. Anche "La vittima dell'anno" contiene una galleria di personaggi nello stesso tempo reali ed improbabili, letterari e terreni, unici e comuni. Spiazza e diverte come sempre lo stile imprevedibile, originale dello scrittore americano che stavolta si occupa di "mariti eroici", di corpi "senza sepoltura", dei possibili "contraccolpi per un killer", dello strano caso "dei dieci dollari in più " trovati in cassaforte in grado di dar luogo a tutto un intreccio di qui pro quo irresistibile....Libri del genere non vanno raccontati, comunque, ma letti... Imperdibile. Assolutamente.
lunedì, aprile 21, 2003
DAVID MEANS - "Episodi incendiari" - MINIMUM FAX - www.minimumfax.com

Un allarmante e delicato decollage di sguardi versati sul volto apparentemente affabile della realtà che, nel breve giro di poche righe, mostra il grugno angoloso dell'inquietudine, facendo emergere scorci d'incomprensibile ferocia in mezzo alle erbacce della campagna suburbana, tra i rami attorti che accompagnano le rapide nel Michigan settentrionale, dietro promesse cullate dalle fredde onde del lago a primavera. Means, adottando una scrittura fredda ed estremamente controllata, ma mai asciutta o laconica, ritrae con estremo vigore gli impercettibili umori dei paesaggi interiori e di quelli fenomenici, dando voce a personaggi che provano a rimanere a galla nel torbido acquitrinio della memoria come necessarie incarnazioni dell'inevitabile irruzione della scelta, della circostanza inattesa, dello scacco violento. Tra i racconti bisogna sottolineare la particolare evocatività di quello che dà il titolo alla raccolta; infatti il succedersi di episodi incendiari sembra essere una sorta di suggello del caso alla solitudine dell'umana sopravvivenza: la serie di fuochi da un lato sembra ricordare l'eccecamento e l'annullamento della coscienza, dall'altro è l'immagine devastante del fuoco che nasce dall'anima, quel fuoco che è testimonianza dolente di una vita intensa ed energica dietro cui si cela, ma solo a tratti, il pericolo. I frammenti della memoria incendiaria di Means assomigliano atrocemente a quelle fiammelle che riescono ad ingigantirsi e ramificarsi, fino a diventare un'unica, gigantesca cazzo di bestia inferocita".
Claudio Finelli
lunedì, aprile 14, 2003
DAVIDE STASI - " Congiura azzurra" - FRILLI EDITORI - www.frillieditori.com

Davide Stasi ha lavorato a lungo come "Ghost and speech writer" negli ambienti politici del centrodestra. Non deve essere stata per lui un'esperienza entusiasmante, se nel luglio 2002 ne ha preso definitivamente le distanze per poi scrivere un romanzo noir, questo sicuramente promettente "Congiura azzurra", che, nella sua fantapolitica, non sembra privo di riferimenti alla realtà meno nobile di certi giri affaristici di partito. La storia vede protagonista proprio un politico dell'attuale forza italiana di maggioranza relativa alle prese con guerre intestine, lobby ciniche, imprenditori senza scrupoli, carrieristi ambigui e mediocri. Marco Casini (nome e cognome dell'esponente "azzurro" di Genova al centro della vicenda) scoprirà che alle volte si può diventare quasi incolpevolmente bersaglio di spedizioni punitive originate solo da capricci divistici di qualche arrogante uomo di partito. Saprà difendersi, ma la sua sarà una lunga battaglia per la sopravvivenza che lo porterà a tessere rapporti anche "pericolosi", ma indispensabili per la sua salvezza. Alla fine i nodi verranno al pettine e certe strategie losche e senza scrupoli per fortuna non pagheranno. C'è molta grinta e spirito polemico in questo romanzo di Stasi che probabilmente avrà potuto verificare da vicino la spietatezza di certi ambiti politici oggi piuttosto in voga..."Congiura azzurra" si legge piuttosto velocemente e a, parte qualche ingenuità oleografica forse evitabile ( boss della malavita che si chiamano Calogero e parlano napoletano....fin troppo triti personaggi meridionali puntualmente legati a mafia e camorra...) è discretamente scritto e, dal punto di vista del tessuto narrativo, affatto scontato e banale.
domenica, aprile 13, 2003
KAREL GLASTRA VAN LOON - "Il frutto della passione" -FAZI - www.fazieditore.it

Non deve essere facile scoprire d'un tratto che il figlio avuto dalla compagna morta dieci anni prima non è il figlio proprio, ma il frutto di un rapporto adulterino della medesima; non deve essere semplice mettersi l'animo in pace quando analisi impietose evidenziano una sterilità esistente praticamente sin dalla nascita, soprattutto quano la donna che si ha accanto manifesta a più riprese il grande desiderio di diventare mamma. Armin Monderhout, "attore principale" di questo bel romanzo di Van Loon, caso letterario in mezzo mondo, assieme al giovane Bo, ovviamente indaga a lungo sul grande mistero della sua vita, fino ad arrivare ad una verità amara dall'effetto assolutamente destabilizzante ( ma alla fine, poi , una via d'uscita si trova sempre anche dinanzi alle situazioni più complicate, al limite del paradosso..). Van Loon disegna bene i personaggi di questo suo libro tenero e malinconico che riesce a toccare la corda dei sentrimenti del lettore, senza artefici retorici e senza fastidiosi manierismi. La storia si evolve in un chiaroscuro di umori e di ambientazioni che cattura l'attenzione e permette di entrare in "stretta confidenza" con i sensibili protagonisti della vicenda fino a sentirli vicini come vecchi amici. Riuscite le alternanze tra meditativi flash back ed improvvise, realistiche accelerazioni nel presente che danno ritmo e corpo al romanzo. Da leggere.
mercoledì, aprile 09, 2003

DA DOMANI IN TUTTE LE LIBRERIE
“HOBO – UNA VITA FUORI GIRI” (EDITORI RIUNITI)
IL PRIMO ROMANZO DI MASSIMO COTTO
Responsabile artistico di Radio Uno, giornalista (si occupa professionalmente di musica da vent’anni) e autore delle biografie ufficiali di Pelù, Fossati, Guccini, Ruggeri e Nomadi, nonché traduttore di Tom Waits e Leonard Cohen, Massimo Cotto (40 anni, astigiano di nascita e romano d’adozione) fa il suo esordio come narratore con “Hobo – Una vita fuori giri”, da domani in tutte le librerie, per i tipi della Editori Riuniti.
Il protagonista del romanzo, Sandor Marlav, 40 anni vissuti nel segno del rock che ti salva la vita, è un deragliato, un hobo che vagabonda da un sogno all’altro, un eterno adolescente che rincorre una relazione sentimentale vera, ma che inciampa sempre su se stesso. Incapace di scendere a patti con la realtà, si muove fuori giri, nel ricordo di quel tempo in cui il mondo si muoveva al ritmo di giri precisi: i 45 e i 78. Ha una “faccia da vinile”, detesta il cd e frequenta un ristretto gruppo di eternauti che, pur avendo un ruolo nella società, rimpiangono l’epoca in cui il rock aveva un ruolo nell’esistenza di ognuno. Nel giorno del suo quarantesimo compleanno, in un disperato sforzo di trattenere l’adolescenza che fugge, decide di scrivere un diario e raccontare a se stesso qualcosa che lo aiuti a capirsi meglio. In quaranta giorni gli accadrà di tutto: tradimenti e lacerazioni, sogni e visioni, incontri che lo condurranno alla redenzione o alla dannazione eterna. Costretto a ricordare, s’interrogherà anche su alcune misteriose cartoline senza mittente, che contengono versi di canzoni.
A volte così crudo e diretto da infastidire, ma anche poetico, commovente e profondamente autoironico, Sandor diventa l’antieroe di una generazione che non ha più punti di riferimento né una musica in cui credere. Un romanzo da consumare tutto d’un fiato. L’autore usa un gustoso linguaggio denso di metafore, giochi di parole e citazioni musicali. Un incontro tra il partecipe disincanto di Nick Hornby e la comicità isterica e ironica di John O’Farrell.
Le prime recensioni di “Hobo –Una vita fuori giri”:
“Il libro è ben scritto, ma il fatto eccezionale è che, con Hobo, Massimo Cotto ha inventato un genere o meglio ha applicato il genere del “roman philosophique”, ben noto ai frequentatori di Rousseau, all’universo del rock. Sottotraccia, il romanzo è – anche – un appassionato e anticonvenzionale saggio sulla musica della nostra vita. Un saggio che si legge come un romanzo”.
(Tuttolibri de La Stampa)
“Cotto scrive come parla (lo dico per chi lo abbia ascoltato alla radio): e cioè benissimo, con vivacità e con fluidità e con fantasia, e con un uso della punteggiatura efficace e impeccabile. Consigliato a tutti coloro nella cui vita la musica è qualcosa di più di un sottofondo sonoro”. (Rockol)
“Dedicato a chi resiste e vorrebbe spezzare le gambe agli anni per non vederli correre. Il protagonista ha preferito la prateria ai binari di una vita addomesticata, è un rifugiato politico nello stato della mente e della grande musica, che si aggrappa alle canzoni della giovinezza per non morire” (Max)
martedì, aprile 08, 2003
FRIEDRICH DURRENMATT - "Nel cuore del pianeta" - MARCOS Y MARCOS - www.marcosymarcos.com

Già nel 1980, anno cui risale questo saggio, Durenmatt era convinto della profonda crisi del modello sovietico e del suo inevitabile, definitivo crollo.Parimenti a preoccuparlo era la probabile egemonia futura di un sistema totalmente opposto, quello statunitense, certo non privo di difetti e lampanti contraddizioni. Lo scrittore svizzero, come si vede, anticipa temi ancora attualissimi, alterna riflessioni ad apologhi, "reinterpreta" pagine di mitologia greca e di storia, si pone domande su Bibbia e Corano, Capitalismo e Marxismo, con lucida ed arguta propensione per l'attenta indagine socio-economica dei maggiori fenomeni mondiali. Il libro è molto interessante e si fa leggere con estrema attenzione.
lunedì, aprile 07, 2003
TERRY SOUTHERN - "Blue Movie" - MARCOS Y MARCOS - www.marcosymarcos.com

Gore Vidal lo definisce "lo scrittore più divertente della nostra generazione". Terry Southern, cui, tra l'altro, dobbiamo l'indimenticabile sceneggiatura del film "Easy Rider", è autore di grande acutezza ed originalità e assolutamente incapace di scadere in trame volgari, dal mediocre linguaggio, anche quando si trova a contatto con un impianto narrativo decisamente anticonvenzionale e "hard". "Blue movie", infatti, narra le "gesta" del famoso regista Boris Adrian, che , professionista affermato e famoso, decide di misurarsi ad un certo punto con la realizzazione di un porno d'autore. Lo aiuta l'intraprendente e spiritosissimo produttore Sid Krassmann, che trova i soldi per realizzare la pellicola in Lichtestein, la cui capitale, Vaduz, diventa il vitalissimo set del film. Attrici ben note come sex symbol , attricette ed atletici uomini di colore vengono coinvolti nella realizzazione del progetto che poi probabilmente non riuscirà a concretizzarsi..."Blue movie" è anche un romanzo satirico che prende di mira "l'universo bacchettone" che si oppone al cambiamento di costumi e alla libertà sessuale e che tende a censurare le produzioni cinematografiche "non in linea". E sicuramente nella sua prosa dissacrante non risparmia neanche i troppo egocentrici e senza scrupoli operatori del settore, qui rappresentati dal regista Boris, preoccupato solo della sua arte e non certo della sensibilità degli attori che coinvolge. Una storia divertentissima, dai risvolti molto amari e dal ritmo indiavolato, negli anni considerata un vero "cult" , concepito negli anni "in movimento" della beat generation.
martedì, aprile 01, 2003
| L'intervista |
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a David Means
di Martina Testa
Jonathan Franzen gli ha dedicato il suo Le correzioni; scrittori come Aimee Bender e Donald Antrim lo ammirano incondizionatamente, «Esquire» e il «Los Angeles Times» hanno nominato la sua raccolta di racconti “libro dell’anno”; ma David Means, l’autore di Episodi incendiari assortiti, non bazzica i salotti letterari newyorkesi: vive con la sua famiglia in una cittadina sulle rive dell’Hudson e ha scritto un libro malinconico, sensuale, potente e raffinato che invece di compiacere i lettori sceglie, coraggiosamente e senza concessioni al sentimentalismo, di ferirli al cuore. In questa intervista ci spiega perché.
I tuoi primi due libri sono raccolte di racconti, e al momento ne stai scrivendo una terza. Perché preferisci scrivere racconti che romanzi? Il tuo editore e il tuo agente ti hanno mai fatto presente che un romanzo avrebbe venduto di più? In Italia, l’opinione corrente è che i lettori amino i romanzi, e che i racconti siano pressoché invendibili. minimum fax è, in effetti, uno dei rari editori nel cui catalogo c’è una massiccia presenza di raccolte di racconti... Insomma, cosa significa essere uno “scrittore di racconti”, sia dal punto di vista letterario che dal punto di vista dell’industria editoriale?
Credo che la forma-racconto sia la più moderna tra le forme letterarie. Charles Bukowski, mi pare fosse lui, ha detto qualcosa come: Non sono stato io a scegliere la scrittura, è stata la scrittura a scegliere me. Per me è lo stesso con i racconti. Dentro un racconto si può creare un tipo di magia che è impossibile creare dentro un romanzo. È una forma vicina alla parabola, o alla favola tradizionale. Io credo che Gesù andasse in giro a raccontare le parabole perché erano uno strumento di comunicazione imbattibile: compatto e diretto. I racconti vanno dritti al nocciolo della questione. Sì, nel mondo dell'editoria c'è una forte pressione in favore dei romanzi - e credo che ci proverò anche io a scriverne uno, un giorno o l'altro - ma un racconto bellissimo si imprime per sempre nella mente del lettore, mentre un brutto romanzo - o anche un buon romanzo, a dire il vero - spesso evapora senza lasciare traccia. Per quanto mi riguarda, io sono sinceramente convinto che una bella raccolta di racconti possa vendere altrettanto bene: tanto per cominciare, è come un bel cd, come un bel disco, Sergeant Pepper dei Beatles, per dire: una serie di canzoni che si richiamano e si completano l'un l'altra e danno come risultato finale un'insieme coerente. E poi, un racconto si può leggere dall'inizio alla fine in una volta sola. Insomma, con la grandissima tradizione che ha la favola in Italia, con scrittori come Calvino e le sue Città invisibili, un libro di racconti che si legge come un romanzo, spero che la mia opera abbia un successo travolgente lì da voi e che inauguri un vero rinascimento della narrativa breve! Perché no? Tutto è possibile!
I tuoi racconti hanno una forte componente lirica: la realtà e i ricordi e i pensieri dei personaggi si intrecciano di continuo. A volte sembrano più vicini alla poesia che alla prosa, anche se non diventano mai astratti o eterei: al contrario, sono pieni di sangue e terra, della realtà più ruvida. Scrivi lunghissime frasi dal ritmo avvolgente sulla costruzione delle fondamenta di una casa, o su un pestaggio di teppisti, o su una coppia che scopa sudando. Da dove nasce questo tuo stile unico? È il tuo modo di “redimere” il realismo dalla banalità e dalla piattezza?
Secondo me tutta la grande letteratura, come tutta la grande arte, salva la realtà dalla banalità. L'altro giorno stavo giusto pensando a David Lynche al suo film Velluto blu, a quanto sia in apparenza banale ed elementare il materiale su cui si basa il film; eppure Lynch dona a quel materiale - i pomeriggi silenziosi in periferia - un significato profondo. In sostanza - e questo è anche il mio caso - porta alla luce la questione profonda dell'opposizione fra bene e male. Magari lui non lo ammette, ma nella sua opera questo aspetto c'è. Lynch esplora il mistero che scorre sotto la superficie della vita, il mistero della luce e dell'oscurità. E di fatto è proprio questa l'unica cosa che può fare un buon racconto: sviluppare una possibile risposta alla domanda: che cosa significa essere uomini e donne e vivere in questo mondo problematico? Le frasi lunghe e l'elemento poetico nascono da un lavoro faticosissimo: cerco di limare, di essere preciso, di non lasciarmi prendere la mano. E comunque, credo che il lirismo sia una caratteristica della nostra stessa vita, in cui realtà e ricordi si intrecciano contemporaneamente. D'altro canto, invece, alcuni dei miei racconti più recenti - quelli che inserirò nel mio prossimo libro - sono scritti in uno stile diverso, con frasi più brevi e stringenti.
La critica americana ha associato il tuo nome a quello di Raymond Carver. Ti senti vicino a lui, come scrittore? Il tuo stile a me sembra molto diverso dal suo, meno scarno, più musicale, e mi chiedo se i giornalisti non vi abbiano accostati solo in virtù del fatto che scrivete racconti tristi su gente comune, o qualcosa del genere. Carver ha influenzato la tua scrittura? Quali altri scrittori ti hanno ispirato in passato e ti ispirano oggi?
Questa è una domanda terribilmente difficile, in parte perché le influenze sulla mia scrittura sono tantissime e cambiano continuamente, tirandomi ora da una parte ora dall'altra; comunque sia: per certi versi sì, mi sento vicino a Carver, perché scriveva sotto la spinta di qualcosa, lo chiamerei un profondo desiderio di comprendere ciò che sta sotto la superficie, che condivido perfettamente. Carver oggi a me appare un po' datato, ma vale sempre la pena di leggerlo. Un suo contributo fondamentale è stato quello di ridare importanza alla figura dello scrittore di short stories: Carver lavorava moltissimo sulla sua tecnica e ritoccava costantemente i racconti. Per quanto riguarda le altre influenze, potrei elencare diversi autori che mi hanno ispirato mentre scrivevo Episodi incendiari, dal Joyce dei Dublinesi (una fonte di ispirazione fondamentale) a Dostoevskij, a Kafka, a Cechov, nonché Jack Kerouac, uno scrittore che adoro, e poi ancora Denis Johnson e Irvine Welsh e qualche scrittore più tradizionale, come William Trevor e Alice Munro... e poi... potrei andare avanti all'infinito. E anche la musica ha un'enorme influenza sulla mia scrittura; anzi, direi che il mio stile si è formato più che altro sulla musica: tantissimo Bach suonato da Glenn Gould, e Brahms, accanto a gruppi come i Nirvana, i Pavement, i Sonic Youth (fondamentale influenza sulla mia forma mentis, con quegli accordi di chitarra trascinanti...); e soprattutto Bruce Springsteen, che sembra avere le mie stesse origini; poi ci metterei Bob Dylan, che è uno scrittore di racconti in forma di canzone (perché c'è un'immensa affinità fra le due cose, i racconti e le canzoni), e per finire i Radiohead e i Blur.
Tutti i racconti della raccolta hanno a che fare con la morte o con una perdita, un’assenza. Questo faceva parte del tuo progetto originario per il libro? Oppure è vero quello che dici in uno dei racconti, che speravi di riuscire a raccontare storie più leggere, più ottimiste? Ci hai provato e non ci sei riuscito? Com’è andata? E ancora: non hai avuto in qualche modo paura di ritrovarti con un libro troppo cupo e deprimente? Ho l’impressione che la morte e la solitudine abbiano successo presso il pubblico americano (o forse qualunque tipo di pubblico) solo quando la confezione include anche metodi rassicuranti e garantiti di gestirle...
In quanto padre di due bambini, che all'epoca in cui ho scritto il libro erano appena nati, trovavo molto difficile scrivere un libro sull'America che evitasse il tema della morte, della perdita, della violenza e via dicendo, e di fatto c'era anche, in parte, l'esigenza di scrivere un libro che fosse, come ho detto prima, coerente e compatto. E poi un altro mio intento era quello di sfidare i limiti della forma-racconto. Che senso ha scrivere, se non c'è la spinta a tentare qualcosa di nuovo? È stato bellissimo il fatto che tanta gente abbia risposto al libro in maniera positiva: non solo lettori giovani, ma gente di tutte le età; le donne anziane, in particolare, sono state quelle che hanno capito meglio che questi racconti non parlano solo di morte. Ho avuto modo di incontrare un gruppo di lettura formato da signore sessantenni, e ho visto che avevano davvero scavato a fondo nel mio libro! Credo che sia perché parlo di personaggi che a volte si trovano in situazioni tremende, orribili, eppure trovo (e questo deriva da certi miei conflitti interiori molto profondi, oserei dire religiosi) che questi racconti siano anche... oddio, faccio una gran fatica a dirlo... racconti morali. Anche Beckett ha scritto delle storie cupe e profonde, ma nella sua opera c'è un che di immensamente umano. No, non ho mai avuto paura di ritrovarmi fra le mani un libro deprimente. In fondo, la verità non è quasi mai deprimente. Almeno non la verità che nasce dall'arte; e comunque, cosa ci fa stare meglio? Le opere stupide o superficiali, o quelle che analizzano a fondo il dolore e offrono una catarsi? Qualche anno fa qualcuno mi ha detto: Ma perché non scrivi qualche cosa di più leggero? E io ho risposto: No, io non so scrivere cose leggere. Ma scherzavo. A un certo livello, credo che in questi racconti ci sia anche dello humour. Quando li leggo in pubblico, la gente ride!
I protagonisti di due dei tuoi racconti sono barboni. Ovviamente, non è insolito che la narrativa americana di oggi si occupi di persone di ceto basso: ma tu hai scelto addirittura i barboni! Sono proprio gli individui che l’intera società occidentale tende a ignorare (gli immigranti ormai non possiamo ignorarli, ma i barboni sì, eccome!) Come mai invece a te interessano? Nei tuoi racconti sembrano incarnare una strana sorta di libertà assoluta - e la libertà dà sempre un certo potere... È un’interpretazione forzata?
Sono cresciuto nel Midwest, in una piccola cittadina del Michigan, e in giro c'erano un sacco di barboni, un sacco di vagabondi; e poi ho anche una persona molto cara, una parente stretta, che è quasi una barbona, è malata di mente. Sono andata a trovarla negli ospedali psichiatrici, in prigione, in condizioni orribili, perciò so bene che questi individui ai margini della società sono spesso, stranamente - come dici anche tu - i più liberi, e addirittura quelli che vedono le cose con più chiarezza. Qualcuno ha detto - mi pare che sia stato lo scrittore irlandese Frank O'Connor - che i racconti parlano quasi sempre della realtà sommersa. Ecco, a me piace pensare che siamo tutti quanti a un passo dal finire sul marciapiede. Almeno noi scrittori. E poi, ho scritto questi racconti durante gli anni Novanta, anni di eccessi, anni in cui i ricchi stavano soffocando il mondo e anche la media borghesia doveva impegnarsi nel consumismo più aggressivo. Essere poveri in America è qualcosa di particolarmente orribile: ho passato molto tempo in Spagna, e lì per un certo periodo i poveri erano quanto meno visibili e, nel paesino di pescatori dove passavo gran parte del mio tempo, quasi tutti erano poveri. Ovviamente adesso la situazione sta cambiando, l'Europa unita sta portando delle trasformazioni: e i poveri vengono nascosti alla vista...
Molti di questi racconti sono ambientati nello Stato di New York, lungo il fiume Hudson. È un luogo che ami particolarmente? (Dal modo in cui lo descrivi, si direbbe proprio di sì.) Il fatto di abitare nello Stato di New York ma non a New York City significa anche che cerchi di tenerti lontano dalla scena letteraria della metropoli? Come scrittore, ti senti parte di una “comunità”?
In pratica mi godo il meglio di ciascuna delle due realtà, dato che abito lungo l'Hudson a una quarantina di chilometri da Manhattan, che non è poi una gran distanza, ma la cittadina in cui vivo si trova sulla sponda opposta del fiume e al di fuori delle linee ferroviarie, quindi è un po' più isolata. È un vecchio centro fluviale, e per essere così vicina alla metropoli è davvero piccolina. Non direi che evito il contatto con la scena letteraria, anche se non vedo che senso avrebbe entrare a far parte di qualcosa che potrebbe spingermi a fare compromessi nella mia scrittura. Sono vicino a New York quel tanto che basta per raggiungerla senza difficoltà se voglio vedere qualcuno, o andare alla presentazione di un libro. Fra i miei amici più stretti c'è qualche scrittore, ma la maggior parte del mio tempo la passo in compagnia di gente del posto che fa altre cose - lavori normali, insomma. Fra gli scrittori il mio amico più caro è Jonathan Franzen, la sola persona che metto a parte di quello che scrivo prima della pubblicazione; è un buon amico, una persona carissima, e nel corso degli anni ci siamo sostenuti a vicenda in tutti i modi, anche se come scrittori siamo estremamente diversi - e anzi credo sia per questo che abbiamo un'amicizia così bella.
In America Episodi incendiari assortiti è stato pubblicato da Context Books, uno dei pochi editori indipendenti degli Stati Uniti. Uscire per una piccola casa editrice credi sia stato un vantaggio o un handicap?
Per me, per questo libro, è stato un grandissimo vantaggio, in parte perché il mio editore, Beau Friedlander, è un ottimo editor che a un certo punto è impazzito, ha lasciato il lavoro e ha messo su una casa editrice tutta sua, un rinnegato insomma, e si è fatto veramente in quattro per sostenere il mio libro. È riuscito a dargli visibilità, e così Episodi incendiari assortiti è stato uno dei finalisti per il National Book Critics Circle Award, il premio assegnato ogni anno da tutti i critici letterari degli Stati Uniti; e poi ha vinto il Los Angeles Times Book Prize, e lì sono veramente rimasto a bocca aperta, perché fra i finalisti c'era addirittura Philip Roth.
C’è una guerra in corso. Credi che gli scrittori, i musicisti e gli artisti in genere abbiano una responsabilità particolare di alzare la voce contro la guerra, se sono contrari? O pensi che quando si tratta di questioni politiche debbano semplicemente marciare e protestare a fianco dei loro concittadini, e che ogni loro dichiarazione pubblica sia in fondo una forma di auto-pubblicità?
Credo che il dovere di uno scrittore, o di un'artista, sia quello di descrivere la condizione umana, di scavare nella verità, e nel mistero, di quello che sono gli esseri umani. Ma questo è un compito senza fine, e può assumere mille forme diverse. Certo, sono convinto che se uno è contrario a questa guerra debba far sentire la propria voce. Esistono delle forze, qui in America, che vogliono reprimere la libertà di parola, sottomettere la gente onesta, toglierci i diritti che ci vengono garantiti dalla costituzione. Il Patriot Act, che è stato appena firmato, ci sta già portando via una parte di quella libertà. Ma in questo Paese la vera repressione è quella nascosta, strisciante e ingannevole. Tanto per cominciare, tutta la nostra cultura è ormai basata sul consumo: la forma principale di hobby o di divertimento per molti americani è andare al centro commerciale, fare spese e pensare alla prossima cosa da comprarsi. Non che io sia contrario a spendere soldi: mi piace la merce di qualità, come a chiunque altro, ma quando il consumismo diventa l'elemento fondamentale della cultura di popolo è un altro discorso. Per quanto mi riguarda, ho partecipato a una fiaccolata per la pace qui a Nyack subito prima della guerra, con i miei due bambini - sono gemelli - e abbiamo marciato in assoluto silenzio e poi ci siamo fermati tutti in un punto, eravamo circa quattrocento. Dall'altra parte della strada un testa di cazzo ha cominciato a gridarci insulti e oscenità. Poi ha urlato: "E come la mettiamo con l'11 settembre? Quelli sono morti per voi, stronzi!" Mi ha fatto veramente imbestialire. L'11 settembre era morta anche parecchia gente di Nyack, compreso un padre di due figli che abitava proprio accanto a casa mia. Insomma, a dirla tutta, avevo una gran voglia di andare da quel tizio e dargliele di santa ragione. Avrei voluto mollargli un cazzotto in faccia. Pensavo: Quella gente non è morta per un bel niente, si sono alzati la mattina, sono andati al lavoro e sono stati uccisi in una situazione assurda. La rabbia che provavo era completamente all'opposto della pace ma era un'emozione reale e onesta. Ma sono stato tenuto a freno dalla folla in mezzo a cui mi trovavo, dal fatto che ero sotto gli occhi dei miei figli e dalla consapevolezza che la scelta più sensata, in quel momento, fosse evitare la violenza. Comunque sia: sono profondamente contrario alla guerra, anche se devo dire che, adesso che è cominciata, e che c'è gente che muore da una parte e dall'altra, spero che almeno il mondo alla fine sia un posto migliore: la maggior parte degli americani sono di fatto persone dallo spirito positivo, che credono che ogni problema si possa risolvere. Questo è stato un enorme passo falso da parte del nostro Paese, ma sono convinto che molti americani vogliano che il mondo sia un posto migliore e abbiano sinceramente a cuore la sorte dell'Iraq. Quello che si dimenticano, però, è che la guerra significa sempre follia e morte. |
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